Gli istituti statali d'arte in Italia, nascono soprattutto in località in cui è presente una forte tradizione artigianale. Oristano può annoverare la tradizioni dei vasai, chiamati "figoli" o in dialetto "congioasxrius", che nel Seicento erano in città molto più numerosi degli altri centri isolani. Le loro botteghe erano tutte in fila, dirimpetto alla chiesa di San Sebastiano. Di qui il nome attuale della via Figoli che porta alla stessa chiesa.
L'attività artigianale e commerciale dei vasai oristanesi era controllata dal Gremio, il cui statuto risale al 1692: "Libro de los capitulos que ha de obferuar la Maestranca de los alfareros de esta Ciudad de Oristan". Lo statuto, tra le altre cose, disciplinava l'attività professionale dei soci, i contratti di lavoro, gli esami e l'apprendistato dei garzoni, assunti con contratto scritto. In città esisteva anche il Gremio dei falegnami e dei maestri carrai. Lo statuto di questa corporazione è del 1803. Ma l'antecedente storico più specifico del nostro istituto è facilmente individuabile nella Scuola d'Arte Applicata di Oristano, fondata e diretta dallo scultore nuorese Francesco Ciusa, autore della famosa opera "La madre dell'ucciso", primo premio alla Biennale di Venezia nel 1907.
Il deputato oristanese Paolo Pili, leader del cosiddetto "sardofascimo", nato dalla confluenza del Partito Sardo d'Azione nel Partito Nazional Fascista, dà vita nel 1925 alla scuola con il duplice obiettivo di recuperare la tradizione artigiana popolare e di svilupparla in senso moderno. Dal programma istitutivo si comprende la sua finalità: "far sì che tutte le maestranze acquistino cognizioni artistiche, così l'ebanista potrà creare il mobile perfetto in stile sardo, il muratore darà anche alla più modesta casa la linea architettonica gustosa, il fabbro forgiare il ferro battuto non più umile e grossolano operaio ma col gusto che gli procureranno le sue cognizioni artistiche".
Il piano di studi, della durata di un quadriennio, prevedeva gli insegnamenti delle "arti pure", integrati dalle esercitazioni pratiche di laboratorio e dalle materie di cultura generale, con programmi equivalenti a quelli delle scuole complementari, post-elementari. Le sezioni del corso erano: decorazione, ferro battuto, ebanisteria, ceramica, cuoio istoriato. Gli insegnamenti artistici del primo biennio erano: "figura disegnata e modellata, ornato modellato e disegnato, composizione decorativa, elementi di architettura, prospettiva e teoria delle ombre, anatomia artistica, storia dell'arte". La scuola ebbe il sostegno finanziario dell'amministrazione comunale e di altri enti pubblici e privati, tra i quali il Ministero della Pubblica Istruzione e quello dell'Economia Nazionale, la Camera di Commercio di Cagliari, l'impresa edile Martora - Grignani di Oristano, l'ing. Tommasini, proprietario delle ferrovie sulcitane e l'Associazione dei Combattenti. Le lezioni si svolgevano inizialmente nel palazzo Parpaglia, situato nella via omonima in prossimità dello studio di Ciusa. In un secondo tempo la scuola si trasferiva nel cosiddetto "Locale delle missioni", a fianco della chiesa di San Giovanni Evangelista (oggi scomparsa) di fronte alle carceri di Piazza Manno, oggi sede della Scuola Media Statale "Eleonora d'Arborea", n. 1.
I professori in servizio nella scuola, erano, oltre allo stesso direttore F. Ciusa docente di figura e ornato modellato, il pittore di Olzai (Nu) Carmelo Floris insegnante di figura, ornato disegnato, disegno geometrico, storia dell'arte, elementi tecnici e stili, ed alcuni professionisti ed artigiani locali. Nel maggio del '26 veniva inaugurata, a cura della scuola, la Mostra di arte e delle industrie sarde che, ospitata nelle sale del palazzo Falchi in Corso Umberto I, esponeva lavori artigianali ispirati al passato, ricostruzioni in "stile sardo", nuovissimi esperimenti realizzati in cemento armato, fotografie, mezzi meccanici e chimici dell'industria casearia, collaudati nella cooperativa delle Latterie sociali, fondate e sviluppate dalla felice intuizione e attività dell'on. Paolo Pili.
Nella raccolta della scuola, un piccolo museo che stava nell'atrio dell'edificio, oltre a "La madre dell'ucciso" di Ciusa, figuravano anche nove quadri di Pietro Cavaro, morto nel 1530, due parti di un trittico smembrato di scuola catalana, provenienti dalla chiesa trecentesca di San Martino e San Francesco di Oristano. La scuola lavorava su commesse esterne: nel '26 assunse, sotto la direzione di Ciusa, l'incarico di decorare l'aula consiliare del Comune di Iglesias e l'altare del S.S. Sacramento della chiesa parrocchiale di Seneghe. Con il coordinamento del pittore nuorese Giovanni Ciusa Romagna, subentrato poi a Carmelo Floris, la scuola realizzava le scenografie della commedia musicale "La serenella" ospitata nel teatro San Martino di Oristano. Gli allievi dell'istituto costruivano alcune parti in cemento armato della facciata della scuola elementare cittadina di via Solferino.
L'istituto oristanese partecipò poi alla Prima Biennale d'Arte Sarda, inauguratasi a Sassari nel dicembre del '29.
E' questo l'ultimo atto della Scuola d'arte Applicata di Oristano, soppressa per l'applicazione della riforma del Ministro Belluzzo nello stesso anno e sostituita con una scuola di avviamento professionale, in cui nel dopoguerra opererà il ceramista abruzzese prof. Vincenzo Urbani, impegnato negli anni cinquanta nella formazione professionale. Anche su proposta del pittore oristanese Antonio Corriga, allora assessore comunale, con decreto del Presidente della Repubblica del 30 settembre 1961 viene istituita la nostra scuola con sede in via Carlo Meloni.
La ricostruzione dell'esperienza della Scuola d'Arte Applicata di Oristano, da cui è tratta questa nota, è ben documentata dalla tesi di laurea della prof.ssa Maria Antonietta Motzo, docente di Storia dell'Arte dell'Istituto: "Il problema dell'istruzione artistica. La vicenda, in Sardegna, della Scuola d'Arte Applicata di Oristano", Università degli Studi di Cagliari, Facoltà di Lettere e Filosofia, Istituto di Storia dell'arte contemporanea, relatore prof. Salvatore Naitza, anno accademico 1987 -88.
Nel 1998 l'Istituto Statale d'Arte di Oristano viene intitolato a Carlo Contini.
Pittore oristanese (1903 - 1970) nasce in una famiglia modesta. Padre parrucchiere e madre casalinga, fin da piccolo sogna di diventare artista. Dopo aver frequentato il liceo ginnasio cittadino, si trasferisce a Roma per iscriversi all'Accademia di Belle arti.
Nel '21 partecipa all'Esposizione della Biennale Romana. Nell'esordio si intravedono alcuni generi della sua futura produzione: il ritratto, il paesaggio, la natura morta.
Nel 1925 si trasferisce a Venezia e si interessa ai vedutisti veneti del Settecento. Nel 1927 viene assunto da Francesco Ciusa come coadiutore per l'insegnamento di materie artistiche nella Scuola di Arte Applicata di Oristano. Si ispira a Biasi e Figari e si rifà a temi e costumi della storia di Oristano: processioni e sartiglie. Coerente ai valori del realismo rivolge anche la sua attenzione ai personaggi rustici, pastori, contadini e pescatori. Negli anni '30 lavora ad Oristano in un piccolo studio nel centro storico e si sposta nei paesi vicini per trovare nuove ispirazioni per la sua ricerca. Dopo la seconda guerra mondiale, nell'autunno del 1945 partecipa alla Prima Libera Esposizione Regionale d'Arte a Cagliari. Le immagini del Cristo diventano il tema dominante di questi anni: la deposizione, in sardo s'iscravamentu, viene raffigurata con uno stile che semplifica le forme e i volumi. Predilige il Cristo di Nicodemo, scultura lignea policroma di scuola catalano-renana del Trecento che si trova nella chiesa cittadina di San Francesco. Studia con vivo interesse gli artisti spagnoli, in particolare Goya, di cui risente l'affresco realizzato nella chiesa parrocchiale di Villaurbana raffigurante personaggi rustici. Nel 1949 sposa la pistoiese Dorotea Guarducci e partecipa a Venezia alla Mostra d'Arte Moderna della Sardegna. Nel 1950 ad Oristano insegna disegno e decorazione nella scuola di avviamento professionale diretta dal ceramista abruzzese Vincenzo Urbani. Nei laboratori della scuola produce ceramiche vicine al suo stile pittorico. Nelle mostre rivolge la sua attenzione anche agli operai: Il minatore, opera presentata nel '53 nella Seconda Mostra Regionale delle Arti Figurative di Nuoro, viene premiata. Nel 1956 esegue per la Cantina Sociale della Vernaccia di Oristano cinque grandi scene vendemmiali. Si professa "fedele al realismo puro come pittura d'avanguardia". Nelle mostre in Sardegna presenta i suoi lavori legati all'immaginario isolano. Negli anni '60 processioni, ardie, ritratti, paesaggi marini e feste paesane si piegano alle nuove esigenze stilistiche; nella tela irrompono materiale cartaceo, colle, vernici acriliche e pezzi di juta, segni di "rottura" con la tradizione.
Nel 1961 viene nominato professore di disegno dal vero nel nostro istituto. Sensibile verso le correnti artistiche d'avanguardia, insegna ai giovani il disegno come superamento di qualsiasi modello.
Fino al '68 continua a partecipare a mostre e dipingere e aiutare gli allievi che frequentano il suo studio, ma nel 1969 è costretto ad abbandonare l'insegnamento perché gravemente malato: il 25 agosto dell'anno successivo muore a Pistoia.
Nel 1998 il Comune e la Provincia di Oristano gli dedicano una mostra retrospettiva aperta nella pinacoteca comunale, inaugurata per l'occasione ed a lui intitolata. La mostra, allestita con la collaborazione dal nostro istituto, è rimasta aperta dal 24 aprile al 25 giugno. Una seconda edizione della mostra si è tenuta a dicembre dello scorso anno a Pistoia.
Contini è artista etnico e universale, secondo la definizione dello stesso critico Giuliano Serafini che ha curato la presentazione del catalogo Carlo Contini - Rosso d'Arborea (Edizioni Polistampa, Firenze, 1998). Lo stesso artista, forse, non avrebbe sgradito questa definizione. Lo si capisce leggendo questa sua confessione: "...non mi pento di aver vissuto in Sardegna. La nostra isola mi è stata molto 'ammaestrativa'. Sono convinto che il folklore sardo racchiuda dei valori inestimabili per la mia arte: si rapporta alle esigenze coloristiche delle correnti moderne e richiama una tavolozza ardita e smagliante".